Un anno di DAD

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Un anno di DAD

Dati e opinioni sulle tanto discusse lezioni online.

Da quasi un anno la maggior parte degli studenti italiani di scuole superiori e università non tornano in aula, salvo rare eccezioni che hanno permesso un fugace ritorno alla normalità. O alla anormalità. 

Purtroppo, è proprio così: la nuova normalità, se così si può chiamare, prende il nome di DAD (didattica a distanza) ed è stata implementata a partire dalla primavera del 2020 per volere del ministro dell’istruzione L. Azzolina e del governo Conte, su consiglio del Comitato Tecnico Scientifico (CTS, termine ormai noto ai più). La pandemia da Covid-19 ha reso necessaria l’adozione di misure di distanziamento sociale estreme, che hanno ferito profondamente il mondo didattico.

Al momento in cui si scrive, ogni regione ha adottato delle misure specifiche per il ritorno in classe, in base alla classificazione per fasce colore (gialla, arancione, rossa e in futuro bianca) stabilita dal governo sulla base dell’indice di trasmissibilità Rt. Superiori e Università sono soggette a date molto divergenti, con diverse percentuali di lezione in aula e lezione online, mentre per medie, elementari ed asili la scuola procede in presenza.

L’obiettivo della didattica a distanza è stato ed è tutt’oggi quello di consentire una normale evoluzione del programma scolastico o universitario, permettendo agli studenti di godere del diritto allo studio (Art. 33 e Art. 34 della Costituzione); è fondamentale evitare che i ragazzi perdano tempo prezioso, rischiando così di tardarne la preparazione e le tappe successive alla fase scolastica.

Allo stesso tempo, anche i docenti devono poter svolgere il loro lavoro in condizioni di distanziamento sociale per proteggere la salute propria e degli alunni; in questi mesi, infatti, hanno tenuto le lezioni nelle aule vuote oppure direttamente a casa.

Una normale giornata scolastica in tempo di Covid prevede l’utilizzo di programmi di meeting online, primi fra tutti Zoom e Google Meet, con cui ogni studente si connette alla lezione dal proprio device (PC, tablet, smartphone) restando a casa. Non sono previsti incontri fisici, interazioni sociali, momenti di svago tra le ore di lezione o alla fine della giornata.

A quasi un anno dall’introduzione della DAD è fondamentale comprendere le opinioni degli studenti in merito alla loro esperienza. Lunedì 14 gennaio scorso sono stati proprio gli alunni, provenienti da oltre 100 scuole di Roma, ad aderire a uno sciopero e a una protesta pacifica che ha bloccato la capitale per diverse ore, portando il ministro Azzolina a dirsi preoccupata per la questione. La stessa ha poi avanzato l’ipotesi di prolungare la scuola in presenza sino al 31 Luglio, per colmare eventuali lacune nell’apprendimento.

I numeri giustificano il malumore

Il 59,7% degli studenti si dice preoccupato per il proprio futuro (Edscuola), circa 70mila studenti disabili non sono riusciti a seguire le lezioni online (Istat), il 48,5% degli studenti del Sud non ha una connessione Internet adeguata (Cittadinanzattiva).

Secondo l’Istat, il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e il 57% lo deve condividere con la famiglia: una prima conseguenza è che solo 3 ragazzi su 10 hanno competenze digitali elevate. Come sostiene il giornale social WILL (@will_ita su Instagram), non è possibile migliorare questa scarsa performance senza agire sulle competenze che hanno gli insegnanti, che sono il canale principale di trasferimento di competenze e di capitale umano.

Tuttavia, è importante considerare alcune precisazioni. Il gap digitale non è stato creato dalla DAD, ma era presente da prima, evidenziando un grosso divario tra Centro-Nord e Sud Italia, dove in generale gli studenti si sono detti molto meno soddisfatti delle lezioni online.

Altre diversità riguardano le tipologie di istituti: i ragazzi dei professionali hanno avuto a disposizione meno strumenti tecnologici, hanno potuto seguire le lezioni con meno continuità ma sono favorevoli al mantenimento della DAD. Gli stessi, in aggiunta, si dichiarano più concentrati e più soddisfatti del metodo di valutazione, al contrario dei liceali (fonte: sondaggio di AlmaDiploma e Almalaurea).

Dunque, se le lezioni online si sono rivelate un parziale flop per scuole superiori e medie, così non è per le università. Gli atenei italiani, per i quali si prospettava un grave calo di 10mila iscritti, hanno retto egregiamente gli effetti della pandemia effettuando controlli più efficaci che nel resto del mondo e garantendo servizi di qualità agli studenti. La ricompensa è stata l’aumento delle iscrizioni, soprattutto dall’estero; tra i motivi principali c’è sicuramente il risparmio dei costi comportati dallo spostamento o dal trasferimento in una nuova città.

Skuola.net aggiunge ulteriori vantaggi possibili solo grazie alla DAD, come la maggiore disponibilità di materiale di studio prezioso per la preparazione agli esami; gli studenti possono fare affidamento sulle registrazioni delle lezioni, che talvolta permangono online per un certo ammontare di tempo rendendo possibile un’organizzazione dello studio autonoma e non più vincolata agli stretti orari delle lezioni. Così molti più ragazzi hanno deciso di frequentare l’università riuscendo a conciliare lezioni, lavoro e tempo libero.

Sempre secondo il sito, gli insegnanti sono più inclini a fornire spiegazioni e chiarimenti sugli argomenti trattati in aula e forniscono direttamente un link o una mail con i quali contattarli rapidamente; evitando la fatica di recarsi in un ufficio fisico, gli studenti ricevono risposta più velocemente e volentieri.

I risultati soddisfacenti sono stati confermati dal ministro dell’università e della ricerca, G. Manfredi, che si è detto pronto a sfruttare sempre meglio la tecnologia della didattica mista per ridurre l’alto tasso di dispersione scolastica, che in Italia è tra le più alte in Europa. Secondo un’intervista rilasciata dallo stesso ministro per Huffpost, lo Stato italiano ha stanziato circa 20 milioni di euro per colmare il divario digitale.

Gli effetti della didattica a distanza non riguardano solo l’apprendimento e l’insegnamento, ma anche i legami e i rapporti affettivi che si costruiscono nell’ambiente scolastico; la mancata socializzazione crea scompensi emotivi e tensioni psicologiche a grandi e piccini, costretti a riconsiderare le loro priorità. Come riporta Open, nell’ultimo anno l’85% dei giovani ritiene di aver compreso l’importanza di relazionarsi in presenza, ma 6 adolescenti su 10 ritengono di aver perso la capacità di socializzare; altre statistiche allarmanti, superiori al 50%, riportano come gli studenti abbiano sofferto le mancate interazioni sentimentali tipiche dell’ambiente scolastico, rilevando un peggiore status psicologico.

In conclusione, si può affermare che la tanto discussa DAD si sia rivelata una soluzione poco apprezzata dalla maggior parte degli studenti, abituati ad una più sociale didattica in presenza; questo strumento ha però permesso uno svolgimento parziale del programma scolastico, garantendo sprazzi di quella normalità quotidiana rappresentata da scuola e università. Per adesso, il governo punta a riportare gli alunni in classe non appena l’indice Rt avrà raggiunto un livello soglia tale per cui garantire un sicuro ritorno in aula, per ragazzi, docenti e famiglie. La ripresa della scuola rientra tra i 6 obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che il governo si sta apprestando ad approvare. Si tratta di un piano nazionale di di investimenti (circa 210 miliardi di euro) che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19. 

Nella speranza di tornare presto alla vera normalità, non resta altro che affidarsi alla resilienza!